Ricominciare a Parigi

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C’è questa canzone scritta da Jean Renoir, composta nel 1955 per il film French Cancan ed interpretata dalla splendida Cora Vaucaire, che si chiama “La Complainte de la Butte” e che in questo momento non riesco a smettere di ascoltare.

La canzone, che in realtà è più una ballata, racconta la fugace storia d’amore di un poeta e di una passante, che s’innamorano incrociandosi per un attimo soltanto nella rue Saint-Vincent, a Montmartre. Purtroppo, non si sono mai più rivisti. Ma lui, determinato a ritrovarla, compone per lei una canzone, sperando che la bella sconosciuta l’avrebbe udita per caso una mattina di primavera. Se non la conoscete, vi consiglio di correre ad ascoltarla, cliccando qui, e sulle sue note potrete immaginarvi a passeggiare tra le stradine di Montmartre. Trovo che il suo ritmo cadenzato sia triste e felice al tempo stesso, un po’ come Parigi durante le sue tipiche giornate un po’ grigie in cui c’è luce ma non s’intravede il sole.

È spesso un rapporto di amore e odio con Parigi, per molti.
Anche per me.

Amo Parigi perché sono un po’ nostalgica di un’epoca che non ho vissuto e che qui mi sembra più vicina, eppure nonostante i numerosi rimandi agli anni passati, questa città va avanti veloce. In modo sorprendente e anche un po’ spaventoso. Ma non è stato difficile per me chiamare Parigi casa.

Ricordo che il primo trasloco fu fatto in modo totalmente ingenuo e improvvisato, forse non eravamo ancora pronti ad affrontare Parigi, forse Parigi non era ancora pronta ad accoglierci.
Il primo trasloco fu sofferto, faticoso, interminabile. Ricordo gli scatoloni piantati in salone, che c’impedivano di deambulare liberamente verso la cucina. Saranno rimasti lì almeno un mese, forse di più.

Il secondo trasloco, però, è stato ancora più difficile. Non da un punto di vista logistico, intendo psicologicamente. L’appartamento che mi avrebbe accolta, stavolta da sola, era un meublé, ovvero un appartamento già ammobiliato. E molto più piccolo del precedente. Tutti i miei mobili, gli elettrodomestici, e i numerosi oggetti che avevo collezionato fino ad allora dovevano lasciarmi.
Ora che ci penso, a distanza di otto mesi, riesco ad avere la lucidità per capire che è stato doloroso. È stato doloroso sentire di dover ricominciare da capo. Di dover lasciare andare quelle piccole cose che mi facevano sentire aggrappata alla concretezza. Lì per lì non ci ho fatto neanche caso, presa com’ero dai mille cambiamenti e dalle urgenze incombenti (non so per voi, ma per me traslocare è sempre stata un’esperienza orribile). Sono arrivata nel mio
studio (è così che qui chiamano i monolocali) con due valige piene di vestiti, una gran pila di libri e poco altro. Però, questa volta, ho sentito chiaramente che Parigi mi voleva. Mi stava dicendo che sarebbe andato tutto bene, che non dovevo preoccuparmi.

Fino ad ora ha mantenuto la promessa.

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